domenica 3 aprile 2011

Speciale su Papa Giovanni Paolo II - 2



Tutti conserviamo un ricordo di Papa Wojtyla, in particolare quelli che lo hanno incontrato di persona. Per ciascuno ha rappresentato un esempio di comportamento, anche quello di sopportazione della malattia che lo ha accompagnato negli ultimi anni e che per lui ha assunto il significato di unione a Gesù Redentore sulla via della Croce.
La cura dei malati, dei sofferenti, degli anziani e degli abbandonati è uno degli obiettivi della missione a cui ciascuno non dovrebbe sottrarsi. Questo fa parte degli insegnamenti richiamati insistentemente dal Papa nei suoi discorsi, che vi invitiamo perciò a riscoprire.

Per favorire l’accesso al contenuto della pagina speciale dedicata alla raccolta integrale dei discorsi pronunciati da Giovanni Paolo II in occasione delle Giornate Missionarie Mondiali, continuiamo qui a proporre i riassunti (anche se molto parziali) dei messaggi: questa volta quelli dal 1979 al 1991.

1979 Quanti e quali sono i valori presenti nell'uomo? Ricordo rapidamente quelli specifici della sua natura, quali la vita, la spiritualità, la libertà, la socievolezza, la capacità di donazione e di amore; quelli provenienti dal contesto culturale in cui egli è situato, quali il linguaggio, le forme di espressione religiosa, etica, artistica; quelli derivanti dal suo impegno e dalla sua esperienza nella sfera personale e in quelle della famiglia, del lavoro e delle relazioni sociali.
Il rispetto per l'uomo e la stima «per ciò che egli stesso nell'intimo del suo spirito ha elaborato riguardo ai problemi più profondi e più importanti», restano principi basilari per ogni retta attività missionaria, intesa come prudente, tempestiva, operosa seminagione evangelica, non già come sradicamento di ciò che, essendo autenticamente umano, ha un intrinseco e positivo valore.
L'azione evangelizzatrice deve mirare, pertanto, a dare rilievo e a sviluppare quel che di valido e sano è presente nell'uomo evangelizzato, come nel contesto socio-culturale a cui egli appartiene. Con un metodo attento e discreto di educazione (nel senso etimologico del «trar fuori»), essa farà emergere e maturare, dopo averli purificati dalle incrostazioni e dai sedimenti accumulatisi nel tempo, gli autentici valori di spiritualità, di religiosità, di carità che, quali «semi del Verbo» e «segni della presenza di Dio», aprono la via all'accettazione del Vangelo.
L'azione evangelizzatrice, mirando a trasformare «dal di dentro» ogni creatura umana, introduce nelle coscienze un fermento rinnovatore, capace di «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza». Sollecitato da tale spinta interiore, l'individuo è portato a prender sempre meglio coscienza della sua realtà di «cristiano», cioè della dignità che gli è propria in quanto essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, nobilitato nella stessa natura dall'evento dell'Incarnazione del Verbo, destinato ad un ideale di vita superiore.

1980 Nelle missioni, fucine di fermento evangelico, batte il cuore della Chiesa universale con tutta la sua sollecitudine rivolta al bene autentico e integrale dell'uomo. Ma esse sono, al tempo stesso, centri di promozione umana poiché se da una parte la Chiesa, in virtù del principio della carità che la anima, non può rimanere insensibile alle necessità materiali dei fratelli, dall'altra, evangelizzando e aiutando l'uomo a comprendere se stesso in Cristo, ne promuove in tal modo anche la coscienza civile e il progresso sociale. Esattissimo appare, al riguardo, ciò che afferma il documento conclusivo della conferenza di Puebla: «Il miglior servizio al fratello è l'evangelizzazione che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente»(Puebla 1145).
Anche laddove la predicazione della Parola è ostacolata, la semplice presenza del missionario, con la sua testimonianza di povertà, di carità, di santità costituisce già una forma efficace di evangelizzazione e crea spesso i presupposti per un dialogo costruttivo. Una volta ancora mi è caro, dunque, cogliere questa occasione per lodare ed esprimere viva gratitudine ai missionari che, con sacrifici immensi, talvolta, e tra difficoltà di ogni genere, spargono il seme della Parola, dal quale la Chiesa si sviluppa e mette radici nel mondo. E il frutto più consolante di questa loro opera eroica ed infaticabile è il fiorire meraviglioso di giovani e fervide comunità cristiane, dal cui «humus» scaturiscono vocazioni sacerdotali e religiose, che sono la speranza per la Chiesa di domani.
All'aiuto finanziario deve unirsi, come irrinunciabile premessa, quello della preghiera: occorre pregare per le vocazioni, per i missionari, per i fratelli da evangelizzare; occorre pregare altresì perché le nazioni del mondo che godono di un alto grado di civiltà e di benessere aprano il loro cuore alle immense necessità delle nazioni meno privilegiate e, di comune accordo secondo l'orientamento di fondo della solidarietà universale, realizzino una intelligente programmazione e pianificazione degli aiuti che valgano a combattere quelle gravi discriminazioni, sperequazioni ed ingiustizie che costituiscono uno dei grandi scandali del nostro tempo.

1981 Non c'è alcun dubbio che, sul piano religioso come sul piano umano, l'azione della famiglia dipende dai genitori, dalla coscienza che hanno delle proprie responsabilità, dal loro valore cristiano. E' ad essi, pertanto, che vorrei particolarmente indirizzarmi. Con le loro parole e con la testimonianza della loro vita, come insegna l'esortazione apostolica «Catechesi Tradendae», i genitori sono i primi catechisti dei loro figli. In questa azione, la preghiera deve occupare il primo posto, e mi si permetterà di insistere su questo punto. La preghiera, infatti, malgrado il bel rinnovamento costatato qua e là, continua ad essere difficile per molti cristiani, che pregano poco. Essi si chiedono: a che cosa serve la preghiera? è compatibile col nostro senso moderno dell'efficienza? Non c'è forse qualcosa di meschino nel rispondere con la preghiera ai bisogni materiali e spirituali del mondo?
Davanti a queste difficoltà, sappiamo mostrare incessantemente che la preghiera cristiana è inseparabile dalla nostra fede in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, dalla nostra fede nel suo amore e nella sua potenza redentrice, che è all'opera nel mondo. Perciò la preghiera vale innanzitutto per noi: Signore, «aumenta la nostra fede!». Essa ha come scopo la nostra conversione, cioè, come spiegava già san Cipriano, la disponibilità interiore ed esteriore, la volontà di aprirsi all'azione trasformante della Grazia… La verità della preghiera implica la verità della vita; la preghiera è insieme la causa ed il risultato di un modo di vivere, che si colloca alla luce del Vangelo. In questo senso, la preghiera dei genitori, come quella della comunità cristiana, sarà per i figli una iniziazione alla ricerca di Dio ed all'ascolto dei suoi inviti. La testimonianza di vita trova allora tutto il suo valore. Essa suppone che i figli apprendano in famiglia, come conseguenza normale della preghiera, a guardare cristianamente il mondo, secondo il Vangelo!... Allora l'educazione impartita ai figli potrà aprirli al dinamismo missionario come ad una dimensione integrante della vita cristiana, poiché i genitori e gli altri educatori saranno essi stessi impregnati di spirito missionario, inseparabile dal senso della Chiesa. Col loro esempio, ancor più che con le parole, essi insegneranno ai propri figli ad essere generosi verso i più deboli, a partecipare la loro fede ed i loro beni materiali con i bambini ed i giovani che ancora ignorano Cristo o che sono le prime vittime della povertà e dell'ignoranza. Allora, i genitori cristiani diventeranno capaci di considerare lo sbocciare di una vocazione sacerdotale o religiosa missionaria come una delle più belle prove dell'autenticità dell'educazione cristiana da loro impartita, e pregheranno che il Signore chiami uno dei loro figli. La sollecitudine missionaria si manifesta così come un elemento essenziale della santità della famiglia cristiana.

1982 Ogni diocesi è chiamata a prendere sempre più coscienza di questa dimensione universale, cioè a scoprire o riscoprire la propria natura missionaria, allargando «gli spazi della carità fino ai confini della terra», dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono suoi membri.
Poiché uno degli ostacoli più gravi alla diffusione del messaggio di Cristo è proprio la carenza di «operai della vigna del Signore», vorrei cogliere questa occasione per esortare tutti i vescovi, nella loro opera di ausilio e promozione delle opere di evangelizzazione, ad inviare generosamente propri sacerdoti in quelle regioni che ne hanno urgente necessità, anche se la loro diocesi non sovrabbondi di clero. «Non si tratta - ricordava Pio XII citando San Paolo - di mettere voi in ristrettezza per sollevare gli altri, ma di dare uguaglianza. Le diocesi che soffrono la scarsezza del clero non rifiutino di ascoltare le istanze supplichevoli provenienti dalle missioni che chiedono aiuto. L'obolo della vedova secondo la parola del Signore sia l'esempio da seguire: se una diocesi povera soccorre un'altra povera non potrà seguire un suo maggior impoverimento poiché non si può mai vincere il Signore in generosità».
La missione diventa così non solo generoso aiuto di Chiese «ricche» a Chiese «povere», ma grazia per ogni Chiesa, condizione di rinnovamento, legge fondamentale di vita.

1983 Cristo è Redentore di tutti gli uomini, per tutti è morto, per tutti ha dato se stesso in riscatto  e chiama ognuno di noi, non solo alla riconciliazione personale, ma anche ad essere strumento di redenzione per coloro che ancora non sono redenti: «Andate... e ammaestrate tutte le Nazioni».
Sublime onore ma anche solenne imperativo che interpella la nostra coscienza sul comandamento massimo del messaggio di Cristo: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati».
Ai giovani pertanto dico: Non abbiate paura! Non temete di abbandonarvi a Cristo, di dedicare a lui la vostra vita, nel servizio generoso al più alto degli ideali, quello missionario. Un impegno entusiasmante, denso di attività vi attende.

1984 Cristo stesso ha attuato la sua opera redentrice dell'umanità soprattutto attraverso la passione dolorosa e il martirio più atroce, additando altresì la via ai suoi seguaci: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». L'amore passa quindi, inevitabilmente, attraverso la croce e in questa esso diviene creativo e sorgente inesauribile di forza redentiva. «Voi sapete» scrive san Pietro «che non a prezzo di cose corruttibili come l'argento e l'oro foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma col sangue prezioso di Cristo come di agnello senza difetto e senza macchia».
Soltanto la croce di Cristo proietta un raggio di luce su questo mistero; soltanto nella croce l'uomo può trovare una valida risposta all'angoscioso interrogativo che scaturisce dall'esperienza del dolore. I santi lo hanno compreso profondamente e hanno accettato, e talvolta anche desiderato ardentemente, di essere associati alla passione del Signore, facendo proprie le parole dell'apostolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo in favore del suo corpo che è la Chiesa».
Possiamo pertanto collaborare attivamente alla dilatazione del regno di Cristo e allo sviluppo del suo corpo mistico in una triplice direzione: 1) imparando a dare alla nostra propria sofferenza il suo scopo più autentico, che si radica nel dinamismo della partecipazione della Chiesa all'opera redentrice di Cristo; 2) invitando i nostri fratelli sofferenti nello spirito e nel corpo a comprendere questa dimensione apostolica del dolore e a valorizzare conseguentemente le loro prove, le loro pene, in senso missionario; 3) facendo nostro, con carità inesauribile, il dolore che quotidianamente colpisce tanta parte dell'umanità, travagliata dalle malattie, dalla fame, dalle persecuzioni, privata dei fondamentali e inalienabili diritti, quali la libertà; umanità dolente, nella quale si deve discernere il volto di Cristo, «uomo dei dolori», e che noi dobbiamo cercare di alleviare come meglio ci è possibile.

1985 Gli apostoli, fedeli al comando di Cristo, sono riuniti nel Cenacolo per pregare e riflettere, insieme con Maria. In quegli uomini privilegiati aleggia un sentimento di trepidazione di fronte al mandato che il Maestro ha loro affidato: «Andate... e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...». Trepidazione per le recenti minacce dei giudei, per l'incomprensione di molte affermazioni del Signore, e soprattutto per l'esperienza della propria insufficienza e dei propri limiti nel corrispondere al mandato divino. Quei primi apostoli, non colti e non audaci, sono stretti intorno a colei che sentono come propria Madre e fonte di speranza e di fiducia.
Ed ecco, improvvisa, avviene la «trasformazione», al soffio possente dello Spirito Santo. Una trasformazione radicale della mente e del cuore: gli apostoli sentono ora come aprirsi la loro intelligenza, sono invasi da un incontenibile fervore dinamico; sono dominati da un unico impulso: annunziare, comunicare agli altri quanto contemplano in una luce nuova, solare. Lo Spirito ricompone in loro, come in un meraviglioso mosaico, ogni parola pronunciata dal Cristo.
Non è tempo di avere paura, di delegare ad altri questo compito, difficile sì, ma sublime. Ognuno, come membro della Chiesa, deve assumersi la sua parte di responsabilità. Ognuno di voi deve far comprendere a chi gli sta vicino, nella famiglia, nella scuola, nel mondo della cultura, del lavoro, che Cristo è la via, la verità, la vita; che lui soltanto può debellare la disperazione e l'alienazione dell'individuo, dando una spiegazione dell'esistenza dell'uomo, creatura dotta di un'altissima dignità perché fatta a immagine e somiglianza di Dio. Occorre proclamare e far conoscere la verità salvifica ad ogni uomo, perché non è possibile che si resti indifferenti di fronte ai milioni e milioni di persone che ancora non conoscono o conoscono male i tesori inestimabili della redenzione.

1986 Bisogna rendere grazie al Signore perché tanti suoi figli, tante famiglie cristiane, educati al linguaggio evangelico dell'amore disinteressato, hanno corrisposto alle finalità della Giornata missionaria con ammirevoli esempi di «carità universale», resa evidente da tanti sacrifici e preghiere offerti per i missionari, e spesso da una diretta condivisione delle loro fatiche apostoliche. Ciò induce a considerare che la Giornata missionaria mondiale può e deve divenire, nella vita di ciascuna Chiesa particolare, occasione per attuare i programmi di catechesi permanente a ampio respiro missionario, in modo da poter presentare a ogni battezzato, come a ogni comunità di fede cristiana, una proposta di vita «evangelizzata ed evangelizzante».
Il problema, sempre attuale nella Chiesa, della dilatazione del regno di Dio tra i popoli non cristiani, mi si è prospettato sin dall'inaugurazione del mio ministero apostolico di pastore universale della Chiesa che coincise - direi, provvidenzialmente - in quella domenica del 22 ottobre 1978, con la celebrazione della Giornata missionaria mondiale. Per questo, come in molte occasioni ho già avuto modo di ricordare, mi sono fatto, di anno in anno, «catechista itinerante» per prendere contatto con le numerose genti che ancora non conoscono il Cristo; per condividere tanto le ricchezze spirituali delle giovani Chiese, quanto le loro necessità e sofferenze, e i loro sforzi perché la fede cristiana si radichi sempre più nelle loro culture; per incoraggiare tutti coloro che si trovano negli avamposti di questo ingente compito evangelico affinché siano sempre, con la loro vita, testimoni credibili, soprattutto per i giovani, del messaggio evangelico che annunciamo.
L'aumento dell'invio di sacerdoti diocesani «Fidei donum», dei laici, dei volontari in missioni estere, nel rivelare la coscienza tipicamente missionaria di comunità ecclesiali capaci di «uscire da se stesse» per portare altrove l'annuncio di Cristo, deve richiamare le associazioni, i movimenti, i gruppi ecclesiali a irrobustire la testimonianza di fede per poter ritrovare nella missione la chiamata di Dio a fare di tutti i popoli della terra l'unico popolo di Dio.

1987 Partendo da questa premessa irrinunciabile, sorge una domanda: a chi spetta, in concreto, assumere la missione? Il Concilio Vaticano II risponde così: «Tutti i fedeli, come membra del Cristo vivente..., hanno lo stretto obbligo di cooperare all'espansione e alla dilatazione del suo corpo, sì da portarlo il più presto possibile alla sua pienezza. Pertanto, tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo». L'evangelizzazione non è riservata alla sola gerarchia, ma «ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, secondo quanto gli spetta, la fede». E la radice di questo dovere è nel primo dei sacramenti della fede. Così tutti i cristiani laici, proprio in virtù del battesimo, sono chiamati dal Signore ad un effettivo apostolato: «La vocazione cristiana è per sua natura anche vocazione all'apostolato». E' vocazione che si fonda sulla stessa grazia battesimale: incorporati a Cristo mediante il battesimo, i cristiani diventano partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo. La cresima li fortifica con la virtù dello Spirito Santo, mentre l'Eucaristia comunica e alimenta in loro quella carità verso Dio e gli uomini, ch'è l'anima di tutto l'apostolato.
Le vocazioni laicali, chiamate a dare uno specifico contributo alla comunità ecclesiale, costituiscono ancor oggi in mezzo al Popolo di Dio una espressione forte e significativa della donazione missionaria. Oggi, più che in passato, cresce il bisogno di persone che si consacrino totalmente all'attività missionaria: «Difatti sono insigniti di una vocazione speciale coloro che, forniti di naturale attitudine e capaci per qualità ed ingegno, si sentono pronti a intraprendere l'attività missionaria, siano essi autoctoni o forestieri: si tratta di sacerdoti, religiosi e laici». Sì, oggi la Chiesa ha bisogno di laici maturi che siano discepoli e testimoni di Cristo, costruttori di comunità cristiane, trasformatori del mondo secondo i valori del Vangelo.
Così, accanto all'opera di promozione umana che svolgono insieme con altre forze sociali, essi, come cristiani, cercano di non far mancare ai fratelli quella pienezza di sviluppo religioso e morale che si ha soltanto quando ci si apre totalmente alla grazia di Dio. Spinti dalla fede e dalla carità evangelica, essi diventano testimoni di amore e di servizio per l'uomo nella sua totalità di essere corporeo e spirituale.
Desidero incoraggiare anche una più larga ed attiva partecipazione del laicato femminile nell'assunzione di quei servizi, che l'immenso campo della missione attende dalla loro generosità e dal loro specifico apporto. E' auspicabile che questo laicato si dedichi sia alle occupazioni tradizionali (ospedali, scuole, assistenza), sia ad un'evangelizzazione diretta, come la formazione del nucleo familiare, il dialogo con i non credenti o non praticanti, la promozione della cultura cattolica, oltre ad una costante presenza nel campo della preghiera e della liturgia.

1988 La Chiesa, nella sua vocazione e sollecitudine evangelizzatrice, prende esempio e stimolo da Maria, la prima evangelizzata e la prima evangelizzatrice. E' lei che ha accolto con fede la buona notizia della salvezza, trasformandola in annunzio, canto, profezia. E' lei che ha dato a tutti gli uomini la migliore direttiva spirituale che essi abbiano mai ricevuta: «Fate quello che (Gesù) vi dirà». Alla scuola di Maria, la Chiesa impara a consacrarsi alla missione.
A tutti voi, missionari e missionarie, che lavorate per estendere la maternità della Chiesa con la nascita e la formazione di nuove comunità cristiane, ripeto di cuore l'esortazione fatta ai sacerdoti nella mia lettera in occasione del giovedì santo di quest'anno mariano: «Occorre, dunque, che ciascuno di noi "prenda Maria nella propria casa", così come la prese l'apostolo Giovanni sul Golgota,... come madre e mediatrice di quel "grande mistero", che tutti desideriamo servire con la nostra vita»
Non posso concludere questo mio messaggio senza aprire il mio cuore in particolare a voi, giovani, che siete il segno della vitalità e la grande speranza della Chiesa. Il futuro della missione e delle vocazioni missionarie è legato alla vostra generosità nel rispondere alla chiamata di Dio, al suo invito a consacrare la vita all'annuncio del Vangelo. Da Maria imparate anche voi a dire il «sì» dell'adesione piena, gioiosa e fedele alla volontà del Padre e al suo progetto d'amore.

1989 Ciò che fecero gli apostoli all'inizio della diffusione della Chiesa nel mondo, continua oggi attraverso l'evangelizzazione missionaria: infatti «per la costituzione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana, sono necessari vari tipi di ministeri, suscitati nell'ambito stesso dei fedeli: tra essi sono da annoverare i compiti dei sacerdoti, dei diaconi, dei catechisti».
Il fiorire del clero autoctono torna a lode degli stessi missionari che, con tenacia paziente e perseverante, a volte fino al martirio, hanno lavorato e sofferto per formare le nuove comunità cristiane, cercando di far sbocciare dalle famiglie il prezioso frutto delle vocazioni al sacerdozio, alla vita religiosa e missionaria. Essi sono ora lieti di lavorare in comunione e di farsi collaboratori dei sacerdoti e dei Vescovi locali, ben sapendo che «la causa comune del Regno di Dio associa strettamente l'una e l'altra schiera di messaggeri evangelici per una collaborazione sempre necessaria e indubbiamente fruttuosa... e la loro armoniosa coordinazione è anche, e dev'essere anzi, esemplare espressione della comunione ecclesiale».
Il Papa, in questa giornata della carità universale, si fa voce di tutti i poveri del mondo; voce soprattutto dei missionari, che ai fratelli di fede e a tutti gli uomini di buona volontà stendono la mano.

1990 In comunione e sotto l'autorità del successore di Pietro, la cura di annunciare il Vangelo spetta innanzitutto al collegio dei vescovi, con i quali collaborano in modo eminente i sacerdoti che «esercitando... l'ufficio di Cristo, pastore e capo, radunano la famiglia di Dio», mentre «nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale».
Il dono spirituale della sacra Ordinazione «li prepara a una missione... vastissima e universale di salvezza "fino agli ultimi confini della terra", dato che qualsiasi ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli». Perciò, tutti i sacerdoti «siano profondamente convinti che la loro vita è stata consacrata anche per il servizio delle missioni»: ogni sacerdote è missionario per sua natura e vocazione. Come già scrissi nel 1979, nella prima lettera per il Giovedì santo, «la vocazione pastorale dei sacerdoti è grande, e il Concilio insegna che è universale; essa è diretta verso tutta la Chiesa e, quindi, è anche missionaria». Parimenti, nel discorso tenuto nell'aprile del 1989 ai membri della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, dopo aver ricordato che «ogni sacerdote, in modo proprio, è missionario per il mondo», invitai tutti i presbiteri della Chiesa a «rendersi concretamente disponibili allo Spirito Santo e al vescovo, per essere mandati a predicare il Vangelo oltre il confine del loro Paese».
La mia riflessione conclusiva si fa contemplazione e preghiera a Maria santissima. A lei, Regina delle Missioni, si eleva il mio animo con questa accorata preghiera: ella che alle nozze di Cana sollecitò e ottenne il primo miracolo da suo Figlio; ella che fu accanto a lui, mentre si offriva sulla croce per la nostra salvezza; ella che, presente nel cenacolo con i suoi discepoli, attese in concorde preghiera l'effusione dello Spirito; ella che accompagnò sin dall'inizio il cammino eroico dei missionari, ispiri oggi e sempre tutti i suoi figli e figlie a imitarla nella sollecitudine e nella solidarietà verso i missionari del nostro tempo.

1991 Noi tutti, membri della Chiesa, pur se in diverso modo, mossi dal medesimo Spirito, siamo consacrati per essere inviati: in virtù del Battesimo ci è affidata la stessa missione della Chiesa. Tutti siamo chiamati ed obbligati ad evangelizzare, e tale missione fondamentale, che è uguale per tutti i cristiani, deve diventare un vero «assillo» quotidiano ed una sollecitudine costante nella nostra vita.
Se tutti i membri della Chiesa sono consacrati per la missione, tutti sono corresponsabili di portare Cristo al mondo mediante il proprio impegno personale. La partecipazione a questo diritto-dovere è chiamata «cooperazione missionaria» e si radica, necessariamente, nella santità della vita: solo se si è innestati in Cristo, come i tralci nella vite, si produce molto frutto. Il cristiano, che vive la propria fede ed osserva il comandamento dell'amore, allarga i confini della sua operosità fino ad abbracciare tutti gli uomini mediante quella cooperazione spirituale, fatta di preghiera, di sacrificio e di testimonianza, che ha consentito di proclamare compatrona delle missioni Santa Teresa di Gesù Bambino, che pur non fu mai inviata in missione. La Preghiera deve accompagnare il cammino e l'opera dei Missionari, perché l'annuncio della Parola sia reso fruttuoso dalla Grazia divina. Il sacrificio, accettato con fede e sofferto con Cristo, ha valore salvifico. Se il sacrificio dei missionari deve esser condiviso e sostenuto da quello dei fedeli, allora ogni sofferente nello spirito e nel corpo può diventare missionario, se saprà offrire con Gesù al Padre le proprie sofferenze. La testimonianza della vita cristiana è una predicazione silenziosa, ma efficace, della Parola di Dio. Gli uomini di oggi, che sembrano indifferenti alla ricerca dell'Assoluto, in realtà ne sentono il bisogno e sono attratti e colpiti dai santi che lo rivelano con la loro vita. La cooperazione spirituale all'opera missionaria deve soprattutto tendere alla promozione delle vocazioni missionarie. Per questo, mi rivolgo una volta ancora ai giovani e alle giovani del nostro tempo, per invitarli a dire «sì», se il Signore li chiama a seguirlo con la vocazione missionaria.



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