domenica 27 novembre 2011

Sposi, un carisma per la vita


Facendo appello alla collaborazione di tutti per l'opera missionaria, vorrei indirizzarmi innanzitutto alle famiglie cristiane. Il nostro tempo ha bisogno che si rimetta in valore l'importanza della famiglia, della sua vitalità e del suo equilibrio. Ciò è vero sul piano umano: la famiglia è la cellula di base della società, il fondamento delle sue qualità profonde. E ciò è vero anche per il Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; è per questo che il Concilio ha dato alla famiglia il bel titolo di «Chiesa domestica». L'evangelizzazione della famiglia costituisce dunque l'obiettivo principale dell'azione pastorale, e questa a sua volta non raggiunge pienamente il proprio scopo, se le famiglie cristiane non diventano esse stesse evangelizzatrici e missionarie: l'approfondimento della coscienza spirituale personale fa sì che ciascuno, genitori e figli, abbia il proprio ruolo e la propria importanza per la vita cristiana di tutti gli altri membri della famiglia.
Giovanni Paolo II               

Partendo dal contenuto del messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale del 1981, a tal proposito, riportiamo qui un punto di vista di Francesca Dossi e Alfonso Colzani, responsabili dell'Ufficio famiglia della Diocesi, che sono recentemente stati protagonisti di un intervento in parrocchia, per fornire spunti di riflessione in preparazione all'incontro mondiale delle famiglie.


Con il matrimonio accettiamo la sfida che nel nostro modo di amarci si veda Dio

Siamo tutti sacerdoti: il sacerdozio comune dei fedeli è tema antico. Il
battesimo infatti, si sa, ci inserisce nella vita di Cristo, ci rende tutti mediatori
della sua presenza nel mondo, ci abilita a dire Lui con la nostra vita. In questo
senso siamo tutti chiamati alla santità, a far nostro fin nel profondo lo stile di
Gesù.
Anche gli sposi, che col sacramento del matrimonio accettano di fare del
loro amore una Parola di Dio per il mondo, sono per questo prezioso aspetto, al
servizio degli altri. Afferma il Catechismo della Chiesa cattolica (1997): «… l’ordine
e il matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza
personale, questo avviene anche attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono
una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio».
In questo senso anche gli sposati vivono una dimensione sacerdotale, il loro
sarà quindi un «sacerdozio coniugale » come di recente – in occasione della Festa
della famiglia – ci ha suggerito il nostro arcivescovo suscitando un po’ di sorpresa
e qualche difficoltà di comprensione. Già con fatica infatti, a forza di sentircelo
dire, siamo riusciti a pensare alla nostra chiamata alla santità… Ora si va oltre e
ci troviamo di nuovo in difficoltà, spiazzati.
Non siamo abituati a pensare che la nostra vita di coniugi abbia una
dimensione sacerdotale. E più in profondità, nella concretezza dell’agire e del
vivere, ci sorge un dubbio alquanto vigoroso: siamo proprio sicuri che noi sposati
sappiamo essere all’altezza di tutto questo? Possiamo anche noi essere
“mediatori”, portare Dio nel mondo, farlo conoscere, renderlo presente? É proprio
nel nostro quotidiano amarci? È così vero che lo stile di Gesù è alla nostra portata
in quanto sposi?
Dobbiamo riconoscere che facciamo fatica a convincerci della grandezza del
sacramento ricevuto, così come della responsabilità che esso comporta. Pensare
che si vede Dio dal nostro modo di amarci, che il nostro modo di dialogare, di
stare insieme anche nell’intimità, ha a che fare con la verità di Dio, pensiamo crei
in tutti un po’ di sconcerto e disorientamento.
Eppure è questo che abbiamo promesso celebrando il sacramento del
matrimonio: abbiamo cioè accettato la sfida che il nostro amore diventi segno
della presenza di Dio nel mondo e nello stesso tempo abbiamo ricevuto la grazia
per attuarlo. Non in astratto o genericamente, ma in quella «intima comunità di
vita e di amore coniugale» (Gaudium et spes, 48) nella quale giochiamo la parte
essenziale della nostra vita.

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