martedì 5 luglio 2011

Vedere il mondo e non solo se stessi

Dietro una notizia pubblicata non c’è mai il fatto puro e semplice: c’è sempre anche una scelta, che determina cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Non una lezione di giornalismo quanto piuttosto una riflessione sull’uso dei media quella proposta da Benedetto XVI stamane, martedì 5 luglio, durante la visita in occasione del centocinquantesimo anniversario del quotidiano della Santa Sede. Proponiamo di seguito uno stralcio del discorso del Papa, significativo anche come apertura alla missionarietà:


(…) Ho avuto adesso la gioia di scoprire il modo moderno, totalmente diverso da quello di cinquant’anni fa, in cui un giornale nasce. Esige molta più, diciamo, creatività umana che lavoro tecnico. E così questa «officina» è certamente dedicata al fare, ma prima, soprattutto, al conoscere, al pensare, al giudicare, al riflettere. Non è nemmeno solo una «officina»: è soprattutto un grande osservatorio, come dice il nome. Osservatorio per vedere le realtà di questo mondo e informarci di queste realtà. Mi sembra che da questo osservatorio si vedano sia le cose lontane come quelle vicine. Lontane in un duplice senso: anzitutto lontane in tutte le parti del mondo, come sono le Filippine, l’Australia, l’America Latina; questo per me è uno dei grandi vantaggi dell’«Osservatore Romano», che offre realmente un’informazione universale, che realmente vede il mondo intero e non solo una parte. Per questo sono molto grato, perché normalmente nei giornali si danno informazioni, ma con una preponderanza del proprio mondo e ciò fa dimenticare molte altre parti della terra, che sono non meno importanti. Qui si vede qualcosa della coincidenza di Urbs et Orbis che è caratteristica della cattolicità e, in un certo senso, è anche una eredità romana: veramente vedere il mondo e non solo se stessi.
In secondo luogo, da questo osservatorio si vedono le cose lontane anche in un altro senso: «L’Osservatore» non rimane alla superficie degli avvenimenti, ma va alle radici. Oltre la superficie ci mostra le radici culturali e il fondo delle cose. È per me non solo un giornale, ma anche una rivista culturale. Ammiro come è possibile ogni giorno dare dei grandi contributi che ci aiutano a capire meglio l’essere umano, le radici da cui vengono le cose e come devono essere comprese, realizzate, trasformate. Ma questo giornale vede anche le cose vicine. Qualche volta è proprio difficile vedere vicino, il nostro piccolo mondo, che tuttavia è un mondo grande.
C’è un altro fenomeno che mi fa pensare e del quale sono grato, cioè che nessuno può informare su tutto. Anche i mezzi più universalistici, per così dire, non possono dire tutto: è impossibile. È sempre necessaria una scelta, un discernimento. E perciò è decisivo nella presentazione dei fatti il criterio di scelta: non c’è mai il fatto puro, c’è sempre anche una scelta che determina che cosa appare e che cosa non appare. E sappiamo bene che le scelte delle priorità oggi sono spesso, in molti organi dell’opinione pubblica, molto discutibili.
E «L’Osservatore Romano», come ha detto il Direttore, nella sua testata si è dato da sempre due criteri: Unicuique suum e Non praevalebunt. Questa è una sintesi caratteristica per la cultura del mondo occidentale. Da una parte, il grande diritto romano, il diritto naturale, la cultura naturale dell’uomo concretizzata nella cultura romana, con il suo diritto e il senso di giustizia; e dall’altra parte il Vangelo. Si potrebbe anche dire: con questi due criteri — quello del diritto naturale e quello del Vangelo — abbiamo come criterio la giustizia e, dall’altra parte, la speranza che viene dalla fede. Questi due criteri insieme — la giustizia che rispetta ognuno e la speranza che vede anche le cose negative nella luce di una bontà divina della quale siamo sicuri per la fede — aiutano ad offrire realmente un’informazione umana, umanistica, nel senso di un umanesimo che ha le sue radici nella bontà di Dio. E così non è solo informazione, ma realmente formazione culturale. (…)

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